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06:00 secondo giorno di questa spedizione. Partiamo presto perché vogliamo essere in cima per mezzogiorno.

L’Eiger ci attende.

Già, proprio lei. La montagna che dagli altri versanti appare una cima comune, per la sua parete nord è divenuta legenda: una parete verticale, in puro stile himalayano, di ghiaccio e roccia lunga 1800 metri, dove il sole non arriva mai.

07:00 calziamo i ramponi e impugniamo le piccozze. Si parte. La neve tiene. Conficcare le punte dei ramponi d’acciaio nella neve ghiacciata è uno sforzo immane e dopo due giorni ci sentiamo stanchi. Ma la vetta è proprio lì davanti ai noi.

08:00 ultimo nevaio. Dal campo base ci avvertono di una perturbazione in arrivo, è lontana e possiamo procedere. Il suono delle piccozze che affondano nella coltre ghiacciata è quasi ipnotico e accompagna l’eco del silenzio dello strapiombo sotto di noi.

10:15 Siamo in vetta!

Dopo due giorni in quota possiamo abbracciarci. La parete nord dell’Eiger è nostra. Ci stringiamo le mani, poi foto di rito per documentare l’arrivo in vetta. Penso alla mia amata; ai piedi della montagna segue i nostri movimenti con un cannocchiale. Chissà se anche lei sta festeggiando insieme al campo base?

10:35 gracchia la radio: “qui campo base, ragazzi non vogliamo mettervi fretta ma le previsioni stanno cambiando. Vi conviene tornare giù.”

10:40 ultimo sguardo alla vetta. La saluto e penso a quanti pericoli abbiamo attraversato per raggiungerla. Ma ora sembra tutto così lontano. L’Eiger e la sua parete nord, per noi alpinisti, è un sogno folle, un’ossessione malata, meravigliosamente ipnotica. Abbiamo 3.970 metri di discesa prima di riabbracciare i nostri cari.

11:50 siamo più lenti del previsto e davanti a noi abbiamo “Il ragno bianco”: un nevaio scosceso sotto la cima sommitale (se si cade in qui si precipita per più di 1.500 metri) La stanchezza ci innervosisce e ci fa sentire tutti i dolori da congelamento. Siamo legati in cordata ma ci sentiamo comunque così vulnerabili.

13:00 sono rivolto verso la parete, cerco una fessura per ancorare la piccozza quando in un solo istante il silenzio si fa assordante. Un senso di attrazione ci attira verso il basso, poi una spinta violenta ci schiaccia contro la parete: il vento! Presi dalla discesa non abbiamo controllato le nubi, che dalla valle sotto di noi, sono diventate minacciose e, rapide, hanno scalato la parete per raggiungerci. Il versante si trasforma in un Maelstrom, in un turbine.

13:05 la nostra visibilità è annullata: camminiamo ciechi a quasi 3.000 metri di altezza, seguiamo una cengia stretta 50 cm e speriamo di raggiungere la “grotta del bivacco”. Il vento fa oscillare i nostri corpi, li spinge verso il baratro. Un esile chiodo da ghiaccio è la nostra unica assicurazione. Un lampo impercettibile attraversa l’aria, poi il rombo assordante dilania l’aria.

“È una tempesta di fulmini!” Urlo al mio compagno “presto!”

I ramponi infilzano la neve, ancora pochi passi e troviamo uno slargo ai margini del nevaio sommitale, sotto di noi un’enorme lastra di ghiaccio larga 500 metri.

Siamo al sicuro, adagiati in questo piccolo spazio, ma solo dai venti. L’aria frigge intorno a noi.

“Presto, via tutto il materiale!”

Siamo circondati da elettricità statica e l’inferno non si è ancora scatenato. “Via i ramponi d’acciaio” ordino “via i nuts, friends, i chiodi da ghiaccio”

Tutta la strumentazione d’arrampicata di acciaio è disposta sui massi sporgenti intorno a noi.

Un lampo ci acceca. Il rombo segue. Poi un altro ancora. Non c’è sosta. Sapevo che in montagna si può morire da molto tempo prima di questo mio incidente. Stavo giocando una partita con una posta altissima e non avevo il minimo controllo del mio destino. Mi illudevo di poter controllare la situazione, con l’esperienza e abilità e invece le cose non stavano così.

Pensavo tutto questo mentre intorno a me i continui bagliori squarciavano l’aria. Ero rassegnato.

La natura aveva vinto. L’Eiger aveva vinto.

Sarebbe stato solo questione di pochi secondi. Un battito di ali elettrico e non ci sarei più stato. Avvertivo la presenza incombente della morte. Mi sentivo svuotato, fisicamente incapace di riprendermi dallo shock di quello che mi stava succedendo.  Salutavo tutto e mi meravigliavo di provare un certo senso di benessere per aver scelto la parete nord dell’Eiger per la mia uscita di scena.

Pensavo valesse la pena rischiare tutto, e l’ho fatto.

Poi una riga lucente, come un laser in slowmotion, punta verso di noi e poco prima di colpirci la vedo cambiare strada per infrangersi sui nostri strumenti d’acciaio.

“Siamo al sicuro!”

“Cosa?!” risponde il mio compagno

“Faraday! La gabbia di Faraday! Siamo in una gabbia di Faraday! Siamo al sicuro”

La nostra attrezzatura in acciaio aveva costruito una gabbia di Faraday che dirottava ogni saetta. L’acciaio attirava le scariche e noi potevamo salvarci.

L’acciaio brillava e noi eravamo salvi.

Le nubi iniziarono a diradarsi e noi potemmo riprendere la discesa, ancora poche ore e avrei abbracciato la mia amata e lo avrei fatto solo grazie a quella luce sospesa.

Liberamente tratto dalla storia di Karl Mehringer e Max Sedlmeyer e al loro tentativo di scalata dell’Eiger (1935)

Scritto da Marco Fabbretti