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All’inizio è solo un brivido.

Una rapida e sottile scossa che attraversa la tua schiena.

Una parte di te ci pensa, ma subito torni alla razionalità.

Poi quella sensazione si fa più presente, per pochi secondi la testa diventa leggera e i tuoi riferimenti perdono sostanza. Inizia così un incubo.

Era una tiepida mattina di inizio primavera. Ad attendermi una giornata di lavoro.

Entro, saluto Fabrizio – mio vicino di scrivania da 10 anni – e inizio la routine. Fuori la primavera iniziava a scartare i suoi doni: i primi fiori, i primi boccioli variopinti.

La giornata, iniziata con un tiepido sole, progrediva pigra, e pigro mi dondolavo sulla sedia.

Un dondolio lento e costante. Ipnotico. Fin quando, quel dondolio si trasforma in un movimento autonomo.

La sensazione di fluidità dilaga in tutto il corpo, fino agli occhi che perdono di vista i punti fermi. Tutto inizia a muoversi. I lampadari, l’acqua nelle bottiglie e le ante degli armadi.

“Il terremoto!” Provo a gridare, quando il boato supera la mia voce.

Un boato assordante e lontano mi fa pensare con terrore a quando questo boato sarà su di noi. Un boato che sa di massi sgretolati e di terra deflagrata che diventa liquida.

Ci alziamo dalla scrivania in cerca di una via di fuga, mentre tutto intorno a noi fluttua come in un quadro surrealista.

Fabrizio mi segue, gli occhi sgranati.

“Muoviti!” mi urla.

I primi calcinacci iniziano a rovinare in terra. La polvere si alza, divorando la nostra visibilità.

“La scala!”

Al centro della nostra azienda svettava una grande scala a chioccola: un’opera maestosa voluta dal nostro presidente. Una luminosa, scintillante spirale composta di brillante acciaio, finemente lavorata.

“Sei pazzo? Lì crollerà tutto. È una trappola!”

Non avevamo scelta. Crepe come saette si disegnavano sulle colonne portanti in calcestruzzo.

“Andiamo!” Gridai al mio compagno, poi mi girai e corsi.

Dietro di me si alzò improvvisamente uno tsunami di detriti. Tutto divenne bianco come il latte e asciutto come la polvere.

Silenzio.

Non sapevo dove fossi, ma sentivo di essere vivo. L’ultima immagine che ricordavo era la mia mano che si distendeva ad afferrare il palo centrale della scala d’acciaio.

Poi, sirene. Lampeggianti blu rompono la coltre bianca. Poi voci.

“Qui! Superstite”

Il casco scuro di un pompiere si avvicina e mi chiede se riuscissi a sentirlo. Rispondo di sì con la testa. Lui chiama rinforzi.

Tutto è bianco e vuoto, immerso in una nebbia scomoda.

Mi distendono su una barella, finalmente posso alzare gli occhi e lì la vedo: come un luminoso fiore la scala mi aveva difeso. Tutto intorno a me era raso al suolo ma quella brillante ellissi sopra di me aveva resistito all’inferno e mi aveva difeso con le sue foglie d’acciaio.

La ringraziai, poi scivolai in un sonno profondo.

Quel fiore d’acciaio, da allora, è divenuto la metafora della mia nuova vita: un attimo di scintillio in mezzo all’inferno, uno scudo contro i capricci della terra, la mia nuova via di ascesa, semplicemente, verso il futuro.

Liberamente tratto dalla cronaca del terremoto di Amatrice (2016)

Scritto da Marco Fabbretti